In questo periodo di ennesima sosta forzata mi è toccato confrontarmi nuovamente con il senso del limite. Il mio.
Al di là di saggiare il limite dell’abilismo iscritto nella convinzioni che ho verso la mia stessa persona, ho sbattuto nuovamente la faccia sulle difficoltà specifiche che comporta l’essere portatore di una disabilità invisibile.
Non starò qui ad annoiarvi sulle specifiche del mio caso, non è questo: è che mi sono accorto che quando si parla di questi temi si inquadra la questione da un punto di vista preciso: quello del riconoscimento di un differenza che non è visibile, da parte di noi stessi o di chi ci circonda. Condivido, eppure mi preme porre il problema da un’altra prospettiva: provo a spiegarmi meglio.
I ruoli che incarniamo nella nostra presenza quotidiana – al lavoro, con gli amici, in famiglia – sono maschere che servono ad adattarci al meglio alla vita comune. Tutti le indossiamo e per tutti esiste uno scarto tra il ruolo e la persona, tra la maschera che abbiamo e quello che c’è sotto. Ignorando per un attimo le connessioni e le influenze tra queste due dimensioni, mi sento di poter affermare che è nello scontro/incontro di questa dicotomia che ha origine la disabilità.
Ognuno di noi è diverso, unico, con sue specifiche particolarità. Quando la dimensione sociale, la maschera per intenderci, si discosta a tal punto dalla base organica da investire la persona in modo da non consentirgli più di adempiere al proprio stesso ruolo – di madre, lavoratore, figlio, etc. – ridefiniamo quella persona con un ruolo diverso: il disabile. Non a caso: diversamente-abile.
In questo spaccato, tutte le lotte per il riconoscimento dei diritti sono fondamentalmente battaglie attorno alla ridefinizione costante di quel ruolo, proprio perché quella maschera risulti utile e non opprimente.
Le disabilità invisibili però, con la loro impossibilità di evidenza, generano a monte un conflitto di assegnazione verso quel ruolo. Consegnano i portatori di questa condizione ad un movimento doppio: farsi riconoscere il proprio ruolo di disabili e poi affermare i propri diritti. Tutto questo, a dire il vero, senza possibilità di togliersi la maschera. Restando sempre, agli occhi degli altri, una persona abile: perché per quanto sia possibile e doveroso spiegare a un altro le sensazioni che ci affliggono, è impossibile consegnarli l’esperienza di dolore soggettivo che attraversa ciascuno di noi.
Capiamoci: non si tratta di affermare che la vita di una persona affetta da fibromialgia sia più complicata di quella di chi ha subito un danno neurologico che lo costringe in carrozzina; piuttosto si tratta di fotografare lo specifico di una condizione particolare. Si tratta di iniziare a riflettere sul cortocircuito insito negli scambi di ruolo che una simile categoria genera e su quali possibilità concrete ci siano di spostare il conflitto tra maschera e persona dal corpo della persona alla struttura sociale che ognuno di noi abita. Si tratta, molto probabilmente, di costruire spazi e strategie per allargare le maglie dei vari ambiti sociali; in modo che il loro funzionamento possa ricomprendere le specifiche diversità di ognuno, al di là dell’assegnazione del ruolo di disabile.

