C’è ancora oggi

Quando sono andato al cinema a vedere C’è ancora domani ho fatto un quarto d’ora di fila, per guadagnare una sala comunque gremita. E sto parlando del cinemino di un paese di montagna, un posto dove il biglietto non costa mai più di 9€ e in sala, per un film italiano, non siamo mai stati più di quindici persone. Già per questo C’è ancora domani mi è sembrato un mezzo miracolo, ma è per un altro motivo che ho sentito il bisogno di mettere per iscritto questa riflessione, anche se partire da qui mi permette di mettere subito in chiaro un elemento imprescindibile della pellicola: cioè che è un film che piace. E questo vorrà pur dire qualcosa.

L’ elemento che mi ha sollecitato a buttare giù queste riflessioni è lo straniamento che alcune scelte narrative mi hanno prodotto: mi riferiscono all’uso diacronico delle musiche extradiegetiche e agli intermezzi in stile musical. La prima istintiva reazione di fronte a queste soluzioni è stata la repulsione, e ho sentito molte voci critiche rispetto alla grossolanità e alla sospensione dell’ incredulità generata da questi momenti

Mi riferisco, ad esempio, alla carrellata che segue il personaggio di Delia alla sua prima uscita in strada: mi ha fatto lo stesso effetto, mi ha tirato fuori dal momento neorealista che fin lì il film aveva disegnato, nonostante sia la sequenza in cui, sullo sfondo, si palesano una serie di figure che vanno a costruire proprio quell’immaginario. Di nuovo sul carrello circolare dove le note di Battiato incorniciano Delia e il suo amore mancato – un Vinicio Marchioni tanto dolente quanto Valerio Mastrandrea risulta terrificante – mentre i denti sporchi di cioccolata regalano uno scatto di ilarità sinceramente perfetta: quello diventa il momento in cui il crollo del romanticismo collima con l’estrusione dal sentimento empatico. 

Ma se fin qui avevo interpretato questi cambi di registro come “errori” di linguaggio o di registro narrativo, di fronte alla scelta di sublimare la violenza domestica attraverso una coreografia ballata mi è stato chiaro che non ero di fronte a una svista ma ad una scelta. Così è per l’altra scena di ballo, quella della tremenda riappacificazione. E così è per la sequenza finale, dove di nuovo la coreografia che oppone la schiera femminile sulla scalinata all’uomo solo è la plastica resa dell’unione che fa la forza più che la risoluzione del conflitto familiare. Difatti, al di là del finale tanto emancipatorio quanto consolatorio, mi sono ritrovato a chiedermi cosa sarebbe successo dopo, quando Delia dovrà tornare tra le mura di casa. 

Ho sentito molti commenti, più o meno convinti, rispetto alla scelta dell’ambientazione neorealista. Ma se ho una certezza è che questo non è, se non tangenzialmente, un film che rilegge lo storico referendum monarchia-repubblica dalla prospettiva dell’impatto femminile, o peggio: una presa di coscienza dell’orma profonda che il “sesso debole” ha impresso alla nostra storia repubblicana. 

In un paese dove muore una donna ogni 3 giorni per situazioni legate alla violenza di genere e dove meno del 13% di quelle abusate dal proprio partner trova la forza, e i mezzi, per denunciare, un film come questo è un atto d’accusa, non una celebrazione. Un film che racconta l’abuso di un uomo su una donna – o del patriarcato sulle donne, se preferite – per quanto sia stato intelligentemente ricomposto dentro la cornice storica del dopoguerra, col brillante utilizzo dello stereotipo neorealista, non ha niente a che vedere con la storia e ha invece molto a che vedere con l’attualità. Non si può declinare questo tema al passato perché è drammaticamente presente, C’è ancora domani non parla della storia rispetto al conflitto di genere ma, attraverso la storia, riflette la sua attualità.

Ecco allora perché la carrellata che introduce la cornice neorealista la guarda da fuori, perché il sentimento romantico non è partecipato, perché la dinamica “ti meno e poi ti abbraccio” viene esperita attraverso le coreografie che raccontano la violenza sul corpo senza empatizzarla e soprattutto perché, alla fine, non c’è una soluzione realistica ma solo un riscatto possibile.  Dove molti hanno visto il punto debole, l’ingenuità della narrazione di Cortellesi-Andreotti e Calenda, a me sembra di scorgere il pregio maggiore. Quella rottura, quella sospensione dell’incredulità, è la scelta che ci permette di stare un passo indietro rispetto all’edificante storia di riscatto femminile di una nazione e ci costringe in una posizione molto più razionale. L’uso dell’ironia in maniera cinica, che per certi versi mi ha riportato ad alcune soluzioni delle prime serie di Boris (anche se stiamo parlando di due cose completamente diverse), è la cifra che serpeggia sotto una narrazione rassicurante e consolatoria nel suo empowerment storico. E’ proprio questo doppio passo, questo scarto duplice di posizionamento, che permette la denuncia della presenza viva di questa storia come l’impossibilità di archiviarla.